Carlo Padrini, 'Architettura',
in ‘Quaderni Sinalunghesi’ Anno IX nº 3 - Dicembre 1998]


"C’è un elemento comune a tutta questa architettura (...): la costante ricerca, cioè, di non allontanarsi da certe misure, di costruire direi quasi musicalmente, l’assenza di slancio e di capriccio (...) Tutto spira purezza, tranquilla armonia e, sopra ogni altra cosa, senso del compiuto, di statica serenità: un frammento di mondo perfetto in sé, concluso, dove è raccolto tutto ciò che basta alla salute della vita: la casa, i campi, gli ortaggi, gli altri prodotti della terra, i profumi selvatici, i fiori campestri, le diverse voci degli animali domestici, la collina e, al di là di quella, l’infinito, arcano che da qui si contempla persuasi della grande verità la quale tutto nasce dalla terra e alla terra deve ritornare".
Tolgo questa frase da un libro stampato a Firenze trent’anni fa. Il libro si intitola La casa colonica in Toscana, ed in esso gli autori, Guido Biffoli e Guido Ferrara, descrivono in maniera essenziale ma precisa lo spirito che per secoli deve avere animato chi, di volta in volta, aggiungeva (o toglieva") costruzioni alla Fattoria dell’Amorosa.
Non si hanno notizie precise circa la costruzione della fattoria che, come tale, deve essersi sviluppata intorno al xvi secolo con la penetrazione del capitale cittadino nella campagna. Tuttavia tracce architettoniche più antiche sono ancora visibili nel torrione più alto dove alcuni conci di pietra serena, che costituivano un arco a sesto acuto ribassato), fanno pensare ad un edificio duecentesco che ripete la conformazione delle antiche case-torri. L’edificio ha un impianto planivolumetrico di estrema semplicità, ma è stato costruito con grande accuratezza dei paramenti murari, realizzati con pietre ben scalpellinate e poste a filaretto secondo una pratica costruttiva molto diffusa tra i "muratori" del tempo.).
Facendo un rilievo metrico dell’arco ho potuto fare delle considerazioni che forse ci aiutano a datare in maniera più precisa la costruzione. Nell’arte di costruire "gotica" fu fatto largo uso della matematica euclidea e di metodi matematici per risolvere problemi costruttivi. Una regola fondamentale era quella fondata sul rapporto di 1: radice quadrata di 2 (in numeri 1,414), ottenibile geometricamente attraverso la diagonale di un quadrato. Essa era espressa, comunemente, da una serie geometrica crescente in cui ogni numero era il prodotto del precedente moltiplicato per 1,414, e la cui formulazione risaliva alla pratica agromensoria romana.

L’arco, in questione, rispetta esattamente queste proporzioni, come evidenziato dal disegno a lato in cui metà della larghezza dell’arco misura cm. 90, mentre l’altezza dal piano d’imposta fino alla chiave dell’arco misura cm. 127; il raggio di curvatura dell’intradosso misura cm. 137 ed il piedritto avrebbe dovuto misurare cm. 194: misure che sono in rapporto di 1: 2 tra di loro. La misura del piedritto starebbe a indicare che originariamente il pavimento doveva essere a circa 32 cm. sotto l’attuale lastricato di pietre.
Interessanti sono anche le tracce di due antiche finestre, oggi chiuse, poste al secondo piano dell’edificio e realizzate anch’esse con conci di pietra ed archivoltate con arco a sesto ribassato come in uso nell’architettura senese del tempo. Tracce, queste, che mi confortano nel dire che sicuramente questo edificio appartiene ad un’epoca compresa tra il 1200 ed il 1300. Tesi questa avvalorata anche dal fatto che nella sala del Consiglio o del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena in un affresco di Lippo Vanni intitolato "la battaglia di Val di Chiana" (1363) è raffigurato un castello merlato con scritto "lamorosa" e la cui sagoma, semplice nei volumi, sembra rispecchiare il torrione ancora esistente.

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