A fronte di improvvisati scienziati che presentarono i progetti più fantasiosi (ne citiamo uno per tutti: quello che prevedeva di aprire un canale tra Montepulciano e Montefollonico fino alla Val d’Orcia approssimativamente 30 km per far scolare le acque del Chiana nell’Orcia e poi nell’Ombrone), altri mostravano serissime perplessità. Tra questi ultimi, Evangelista Torricelli, allievo di Galileo Galilei ed uno dei più grandi fisici dell’epoca, in una sua relazione arrivò a dire «Piacesse a Dio di voler concedere a me sua vilissima creatura questo frutto della Divina Provvidenza, con fare che dalle mie parole si potesse dedurre il vero rasciugamento delle Chiane».
Il Torricelli, pur facendo un lavoro, che risulterà successivamente fondamentale per la bonifica, riteneva che tre problemi non avrebbero permesso di ottenere un risultato soddisfacente: la grandezza della valle, l’assenza di un dislivello accettabile e la grande quantità di fiumi e fossi che vi riversavano acque più o meno fangose.
Un quarto problema frenava e frenò moltissimo i lavori per tutta la durata della bonifica: l’uomo, con la sua gelosia, gli interessi personali, l’avidità, la stupidità... «La gelosia innata negli uomini di acquistare e mantenersi un potere che gli metta in diritto di comandare gli altri è il più delle volte all’origine di molti effetti perniciosi»; scriverà il matematico Leonardo Ximenes al Granduca. «La Religione di S. Stefano ha il suo Ingegnere in proprio, il Canale Maestro per i suoi lavori ne stipendia un altro, ed i particolari bene spesso ne consultano degli altri, e molte volte agiscono di proprio moto e volontà, tralasciando quelli che casualmente vengono mandati per i pensati e particolari accidenti: ciascuno di questi si considera il dispotico della propria provincia, e geloso che alcun altro non venga ad usurparsi parte del suo dominio, differisce, o non vuole eseguire, ciò, che proposto gli viene dall’altro, il che unito alle mire, che ha ciascuno in particolare, di dirigere e servirsi delle acque relativamente a sé, e non al totale del sistema, produce il riempimento del Canal Maestro, il vagante e disordinato corso degli influenti, il colmare in luoghi inopportuni, il togliere finalmente alle povere Comunità quello che gli si appartiene».
Ed anche il matematico Perelli, che curiosamente si comporta allo stesso modo di quelli che condanna, o quanto meno così sembra, visto che dice sempre il contrario dello Ximenes, sull’argomento è invece assolutamente d’accordo con lui: «E perché l’esperienza mostra, che dove un istesso affare deve passare per le mani di più Ministri indipendenti, accade ben spesso, che per la diversità dei princìpi, dai quali ciascuno è mosso, la contrarietà dei pareri e la passione, che a tutti è naturale, di procurare che il proprio sentimento prevalga e per altre cagioni resti lungamente senza risoluzione, e non sia spedito con la prontezza necessaria».
La prova più evidente di quanto appena detto la troviamo nella pubblicazione degli atti del processo svoltosi agli inizi del Settecento tra la Comunità di Sinalunga e la Religione di S. Stefano (della quale parleremo più oltre). Motivo della disputa fu un canale di scolo che "avrebbe potuto interessare" i terreni della Real Fattoria di Bettolle a ridosso del canale Maestro. Il problema centrale riguardava l’area dei "Prati di Sinalunga" (la zona che oggi si chiama Le Prata), che all’epoca era quasi sempre impaludata perché la Foenna, avendo gli argini più alti della pianura, non era in grado di riceverne l’acqua. Ai margini di questo problema c’era anche la questione del molino di Monte Martino (di proprietà della comunità), nei pressi dei Prati di Sinalunga, che vedeva ridursi sempre più la sua capacità di far ruotare le macine a causa dell’innalzamento del letto della Foenna.
Alle molte suppliche fatte dai sinalunghesi al Governo perché si risolvesse la questione, fu risposto con l’invio di tre ingegneri diversi (Ciaccheri, Franchi e Nardi), in tre tempi diversi, affinché studiassero il problema e individuassero il modo migliore per risolverlo: «[...] e siccome tre parimente erano i modi possibili di dare lo scolo alle dette acque de’ Prati, così piacque a ciascheduno di loro di proferire un parere difforme dall’altro».
Secondo l’ingegnere Giuliano Ciaccheri, giunto a Sinalunga nel 1680 (dopo le due disastrose alluvioni del 1675 e del 1676 e dopo l’epidemia del 1667), la Foenna doveva essere lasciata così com’era ed i Prati messi in colmata (cioè rialzati) per farli scolare. L’ingegnere Giovanni Franchi, giunto nel 1712 dopo l’ennesima epidemia, ritenne che il modo migliore fosse, invece, quello di creare un fosso di scolo a destra della Foenna. E Raffaello Nardi, nel 1713, «fu di sentimento che niuno de’ progetti proposti dovesse eseguirsi, ma che le dette acque si dovessero mandare dalla parte sinistra della Foenna con una chiavica, da fabbricarsi sotto la medesima...».
Nettamente e palesemente contrari a tutti e tre i progetti i grandi proprietari terrieri della zona: la Religione di S. Stefano (con la Real Fattoria di Bettolle), i nobili Gori (padroni della Fratta) ed i nobili Passerini (padroni di numerosi poderi intorno a Bettolle). Meno palesemente, ma comunque contrari, i piccoli proprietari, «[...] Luoghi Pii e Laicali, ed Ecclesiastici, che da essi [campi] ritraggono le loro rendite [...]».
La comunità di Sinalunga si rivolse al granduca Cosimo iii il quale, «con somma clemenza» dopo che con l’ultima epidemia un bel numero di «habitatori di quella terra» erano passati a miglior vita, comandò ai giudici di Siena, competenti per territorio, di interessarsi della faccenda e di tenerlo informato. Iniziò così una causa che terminò 24 anni dopo a favore della comunità (anche se, bisogna dire, non fu dato torto alle controparti).
Il compito dei giudici non fu facile perché, come abbiamo accennato, gli interessati erano numerosi ed importanti. I giudici dovettero accettare numerosissimi compromessi, mascherandoli molto spesso da ciò che oggi definiremmo problema tecnico insuperabile. Tuttavia nella loro relazione, a più riprese e in diverse occasioni, lasciano trasparire la volontà di operare con giustizia, come quando, per esempio, affermano: «[...] il fondamento della nostra risoluzione s’è stabilito sopra un principio certo, e indubitato, cioè, che allor quando concorre una ragione di pubblica utilità, a fronte di essa non debbano attendersi rigorosamente i diritti del dominio privato, e perciò mentre sia pagato il giusto prezzo col refacimento di qualunque altro danno, che non possa giudicarsi molto notabile, o eccessivo, è ciascuno obbligato a vendere il proprio suolo, e dare il commodo per l’escavazione de’ fossi, o per altri simili provvedimenti, necessari al conseguimento di un tale effetto, ottimamente».
Nel loro barcamenarsi tra giustizia e potere, i giudici influenzarono anche i tecnici chiamati ad esprimere il loro giudizio, anche se probabilmente non avevano bisogno di essere incoraggiati in tal senso, e così sono passate alla storia relazioni che sembrano avere molto più attinenza con l’arte diplomatica, che non con la tecnica ingegneristica. Per primo fu chiamato ad esprimere la propria valutazione sui progetti, l’abate Guido Grandi di Cremona, professore all’università di Pisa, il quale reputò migliore il progetto del Franci, anche se concluse la sua relazione tecnica rimettendosi tecnicamente «al più prudente, e savio giudizio delle Signorie Loro Illustrissime, alle quali rassegnando i miei divoti ossequj, mi dò l’onore di sottoscrivermi»; poi ad Eustachio Manfredi dell’università di Bologna che pur «col far Loro devotissimo inchino» la prende molto alla lontana senza concludere niente, tanto che viene invitato, per ben due volte, a chiarire il proprio giudizio, fino a quando non fosse stato quello che ci si aspettava: ed è più o meno ciò che infine fa «ratificandosi con ossequio».
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