Alfredo Maroni
La scuola a Sinalunga nel ’500
In un noto passo della sua Cronica, Giovanni Villani ci informa sullo stato dell’insegnamento a Firenze nel 1338, fornendoci il quadro di una situazione scolastica molto progredita: «Troviamo che fanciulli e fanciulle che stanno a leggere, sono da otto a dieci mila. I fanciulli che stanno ad imparare l’abbaco e l’algorismo in sei scuole da mille in milledugento. E quegli che stanno ad apprendere la grammatica e la loica in quattro grandi scuole da cinquecentocinquanta, in seicento» (Cronica di Giovanni Villani, a cura di F.G. Dragomanni, vol. iii, Firenze 1845, p. 324).
A parte l’attendibilità delle cifre fornite da Villani, le dimensioni del fenomeno scolastico nella città toscana mostrano un forte sviluppo della scolarizzazione.
Inoltre la presenza di vari tipi di scuola come quella dell’abbaco e quella della grammatica offre percorsi scolastici diversificati in funzione di esigenze sociali diverse.
Ancora alla fine del ’400 e all’inizio del ’500 nelle scuole fiorentine e a Cutigliano nel pistoiese, continua lo stesso tipo di scuola fatta di lettura, scrittura, abbaco e grammatica e tra gli scolari troviamo numerosi figli di artigiani (A. Zanelli, Del pubblico insegnamento in Pistoia dal xiv al xvi secolo, Roma 1900, pp. 83-84). Le identiche materie, cioè: «grammatica, lettere humane, abbaco (o aritmetica) leggere e scrivere» e in aggiunta: «buoni costumi e creanze», le ritroviamo nell’insegnamento che veniva impartito alla metà del ’500 nella scuola pubblica di Sinalunga.
Il Libro dei Battesimi di quegli anni della Pieve di S. Pietro ad Mensulas riporta che il 22 settembre 1557 fu padrino al Battesimo di una certa Fillide di Bartolomeo Gagliardi di Sinalunga, un prete di Arezzo, Messer Andrea Subiani, presentato in questi termini: «fu compare Andrea Subiani d’Arezzo maestro di Schola in Asinalonga». A questo prestigioso incarico il maestro Andrea era stato chiamato dal Consiglio della Comunità di Sinalunga, nonostante che la cittadina riportasse ancora le profonde ferite delle tante distruzioni inflittele dagli eserciti contrapposti, che durante la guerra di Siena a più riprese avevano occupato e perduto questa «terra» riducendola in estrema povertà.
L’assedio di Siena era terminato due anni prima, ma sopravviveva ancora la Repubblica di Siena in Montalcino (che cesserà nel ’59) e fino all’anno precedente il Re di Francia, Enrico ii, aveva mandato truppe a Montalcino ed un grosso presidio a Sinalunga, che dal ’53 era stata occupata più volte dagli Imperiali e dai Francesi alleati dei Senesi. Ad ogni conquista degli eserciti aveva subito stragi, distruzioni e spogliazioni. Il 1º gennaio 1553 era partito da Napoli un esercito di fanteria tedesca e spagnola al comando di Don Garcia di Toledo, che, giunto sotto Cortona, si era ricongiunto con l’esercito di Ascanio della Cornia ivi accampato. I due eserciti avevano cominciato subito a far incursioni in Val di Chiana, depredando e devastando tutto ciò che trovavano. Ai primi di febbraio un Consiglio di guerra tenuto a Firenze aveva stabilito di non puntare subito su Siena, ma di continuare a devastare il territorio del suo Dominio e in particolare la Val di Chiana la cui parte superiore veniva occupata dall’8 al 26 febbraio, senza difficoltà, perché abbandonata secondo il previsto. Conquistato Lucignano l’8 febbraio, Sinalunga si era arresa ai nemici l’11 febbraio, e il suo territorio messo a ferro e fuoco. Il 7 febbraio si era tenuto alla Pieve l’ultimo Battesimo, quello di Bartolomeo di Dino del Corso.
Il 27 marzo 1553 era iniziato l’assedio di Montalcino ed era durato fino al 14 giugno, quando l’esercito imperiale era dovuto partire per andare a difendere le coste napoletane dagli attacchi dei Turchi. Sinalunga e le altre piazzeforti erano state rioccupate dai senesi-francesi. Il Libro dei Battesimi riprendeva le sue annotazioni il 12 luglio con il Battesimo di Calidonia di Simo d’Arezzo, e continuava fino all’ottobre.
Il 26 gennaio 1554 era iniziato l’assedio di Siena che sarebbe durato fino al 21 aprile ’55.
«L’eroica, ultima resistenza della Repubblica di Siena nel suo tener testa al dominio dei Medici, costituisce un capitolo a sé nella storia d’Italia. Molte circostanze possono essere descritte come l’espressione di un eccezionale amor patrio mostrato dalla popolazione della capitale e da quella del dominio, nella partecipazione ad una lotta ìmpari, prevalentemente guidata da motivi ideali e, fino agli ultimi giorni, sorretta da una tenacia e da un coraggio raramente riscontrabili nelle cronache italiane di ogni epoca» (E. Landi, Gli ultimi anni della Repubblica di Siena 1525-1559, Siena 1994, p. 54).
I Sinalunghesi nel loro amor patrio verso la città dominante, Siena, avevano dimostrato un grande attaccamento agli alleati francesi e alla guarnigione che presidiava Sinalunga. All’inizio del ’53 si erano sentiti onorati nel chiamare dei Capitani e dei soldati dell’esercito francese a fungere da padrini nei Battesimi dei loro figli.
Essi, che erano soliti chiamare a questa mansione i nobili, o le persone che contavano nella «terra» di Sinalunga, avevano ritenuto un motivo di grande prestigio affidare tale compito ai militari dell’esercito francese, quasi imparentandosi con essi.
Tra i padrini o «compari» dei Battesimi del 1553 troviamo dei soldati di origine italiana, ma appartenenti all’esercito francese, come il «valoroso capitano Benedetto da Carpi» (il 6 gennaio), «Messer Bartolomeo da Carpi soldato» (il 9 gennaio), «Messer Pellegrino da Carpi» (l’11 gennaio), «Messer Marcantonio mantovano» (il 16 gennaio), «Messer Francesco milanese» e «Ser Guerrino veronese» (il 17 gennaio) oltre a «Messer Andrea ferrarese al presente Caporale franzese», che compare il 16 luglio ’53, al Battesimo di Valeriano del Burachino, registrato nel Libro poco prima dell’annotazione del Battesimo di «Batista, citta della grassa di Giuliaccio» cioè figlia di «Meia» e di padre incognito. Nel giugno infatti era terminato l’assedio di Montalcino con la partenza dell’esercito imperiale ed erano ritornati i presidi francesi nelle terre del dominio di Siena.
Vi erano anche compari di Battesimo di origine francese come «Monsignior di Bonazza», chiamato a fungere da padrino quattro volte tra il 6 e il 23 gennaio 1553, «Messer Pavolo franzese» (il 6 gennaio), «Iacomo de Navaglia» (de Noailles?), «Aldo Brando franzese» (l’8 gennaio), «Cloridano» (il 16 gennaio), «Ser Guerrino de Codogna» (il 17 gennaio), «Messer Luzio soldato de Mezase» (il 26 gennaio).
Gli scrittori senesi del tempo concordemente lodano i soldati francesi per la loro «impeccabile disciplina, per la mitezza dei modi, per la larghezza con cui spendevano il loro denaro, per il valore mostrato sempre nel difendere la città senza abbassarsi ad atti ingiusti, violenti e disonesti» (E. Landi, op. cit., p. 255).
Monsignor Paul de Thermes giunto da Roma con molte milizie, per assumere il comando delle forze francesi, alla fine del ’53 aveva ispezionato le terre e le piazzeforti del Dominio senese.
A Sinalunga aveva trovato che i contadini stessi avevano provveduto da soli ad armarsi. All’inizio del ’54 aveva stabilito però che nella nostra zona le uniche piazzeforti da conservarsi fossero Lucignano, Chiusi, Sarteano, Monticchiello. Fu perciò notificato agli abitanti degli altri luoghi che sgombrassero le proprie robe e che si rifugiassero nelle località di cui sopra. Per lo sgombero venivano concessi solo 15 giorni. L’ordine di evacuare le terre minori doveva rimanere odioso alle popolazioni contadine che non volevano abbandonare i loro campi, non volendo rinunciare alla speranza di poter continuare, almeno di tanto in tanto, a lavorarli.
Il mattino del 10 marzo del ’54, per mezzo di un sinalunghese chiamato «Biancalana», le truppe franco-senesi erano riuscite a riprendere il castello di Sinalunga. Egli aveva informato i Capitani Bagaglia, Leuterio, Tommasi e il commissario Giovanni Piccolomini, che si trovavano a Trequanda, che le guardie imperiali sorvegliavano le mura di Sinalunga solo di notte, e che al mattino le lasciavano incustodite.
Il Biancalana è un personaggio storico documentato. Portava il nome «Pietro di Francesco, altrimenti el Biancalana». Egli è registrato il 4 novembre 1561 come compare e viene detto: «Pietro di Francescho dicto Biancalana». Sua figlia, Camilla, fu «commare» al Battesimo di «Cursio de Agustino» il 7 febbraio 1558 e viene registrata con l’appellativo: «mana Camilla de Pietro de Francescho altrimenti el Biancalana». Similmente il 1º gennaio 1559 appare con il nome «donna Camilla de Pietro dicto Biancalana».
Il 1º giugno 1554 il capitano dei senesi Boccadiferro aveva comprato per 50 ducati d’oro la rocca di Sinalunga dal presidio imperiale, ma l’8 giugno Vincenzo de’ Nobili, padre del cardinale tredicenne Roberto de’ Nobili, aveva occupato di nuovo la rocca uccidendo il capitano Girolamo di Angelo Salvi.
Nel ’56 il re di Francia aveva mandato Monsignor de Subrezza a dar manforte ai senesi asserragliati a Montalcino e aveva spedito una guarnigione a Sinalunga che sicuramente non era più presente nel ’57, quando il Cardinale Angelo Nicolini rappresentante del duca Cosimo dei Medici prese possesso della città e del Dominio di Siena.
In quello stesso anno 1557, il 29 dicembre, oppressi da tante sventure e ridotti in miseria, i Sinalunghesi rivolsero una supplica al duca Cosimo perché venissero esentati dalle tasse «per la grande penuria e attese le devastazioni fatte nella guerra» (aa.vv. Sinalunga, storia di una comunità, Sinalunga 1981, p. 32).
Tuttavia la Comunità di Sinalunga nella seconda parte di quell’anno riuscì a racimolare 80 fiorini d’oro per pagare un maestro di scuola per l’educazione dei ragazzi della propria «terra». Per i Sinalunghesi di quei tempi dare un insegnamento e una formazione ai loro ragazzi era importante quanto dare loro il pane. Certamente non valeva per loro il proverbio latino: Primum vivere, deinde philosophari, (cioè ‘prima pensa a vivere, poi a filosofare’): la scuola per essi faceva parte della vita.
Le dimensioni del fenomeno: «insegnare indifferentemente a tutti quelli che vi andaranno» senza distinzione, «grammatica, lettere humane, abbaco, leggere e scrivere et altri buoni costumi e creanze», come ripetevano sempre le istruzioni date dal Comune ai nuovi maestri che arrivavano a Sinalunga, collocano l’insegnamento di Sinalunga nel xvi sec. in una categoria funzionale alle esigenze delle classi attive ed alla società del tempo.
A Roma, Firenze, Venezia si verificava in questo periodo un’emarginazione dei maestri laici in seguito ad una Bolla del Papa Pio iv del 1564, in cui si stabiliva per ogni maestro l’obbligo della licenza di insegnamento da ottenere presso il vescovo e la propria professione di fede. La diminuzione dei maestri laici si ripercuoteva sulla domanda di istruzione dei ceti popolari, che si trovavano spesso privati di una scuola adatta alle loro esigenze. Questa profonda trasformazione nell’offerta di istruzione, nella seconda metà del ’500, ci trasmette un’immagine della scuola ben diversa da quella fornitaci dalla testimonianza del Villani sulle scuole fiorentine di due secoli prima in cui, come abbiamo visto, si imparavano «grammatica e loica», ma anche «l’abbaco e l’algorismo».
L’affermazione del modello didattico, basato sostanzialmente sulla scuola di grammatica stabilì l’egemonia di essa su ogni altro tipo di scuola, smantellando gradualmente le scuole laiche di lettura, scrittura ed abbaco. Questa trasformazione avrebbe contribuito in modo decisivo a determinare il forte arretramento dell’alfabetismo della popolazione della Penisola fino alle soglie del xx secolo (cfr. E. Becchi, Storia dell’educazione, Firenze 1987, pp. 204-229).
Quanto è stato riscontrato nella situazione generale della scuola italiana nella seconda metà del xvi secolo, trova però una solenne smentita nel tipo di scuola di Sinalunga, dove continua l’accesso delle classi popolari allo studio e non esiste un insegnamento unicamente subalterno allo studio della grammatica latina e all’apprendimento del latino. Qui non viene escluso l’insegnamento dell’abbaco, cioè dell’aritmetica pratica. A somiglianza del programma fiorentino del Villani del 1338 fatto di grammatica e di abbaco, il programma della scuola sinalunghese consentiva la scelta futura di indirizzi scolastici differenziati, in funzione di esigenze sociali diverse.
Anche se svolto da un maestro che era un ecclesiastico, esso dava una cultura popolare di base anche a chi lavorava, come garzoni di bottega, figli di artigiani, di commercianti, o di «mezzaioli» ai quali serviva non tanto grammatica e lettere umane, quanto avere le elementari nozioni di lettura, scrittura e numerazione o abbaco, cioè il saper fare di conto, differenziandosi così dall’insegnamento offerto dai Collegi dei Gesuiti, che escludevano, presupponendolo, l’apprendimento dei primi rudimenti della lettura, della scrittura e dell’aritmetica. Ma la scuola di Sinalunga forniva le prime basi anche ai figli degli appartenenti ai ceti dirigenti, indirizzati agli studi superiori e in genere agli studia humanitatis. Lo studio della grammatica era indispensabile anche per accedere alla carriera ecclesiastica. Il Sinodo della diocesi di Pienza del 1463-64 aveva infatti stabilito che nessuno fosse eletto pievano o prelato di qualche chiesa se non fosse ben istruito nella grammatica (nisi competenter in gramatica sit instructum) (Archivio Diocesano Pienza, Sinodi I, c. 35r).
Il primo maestro, Messer Andrea Subiani di Arezzo, doveva avere insegnato a Sinalunga anche prima della guerra di Siena, forse già dal 1547. In quell’anno, trovandosi a Sinalunga, redasse una copia ufficiale di un lodo di pacificazione tra la Comunità di Sinalunga e quella di Scrofiano, in una vertenza per una steccaia (Archivio Comunale di Sinalunga, a cura di A. Giorgi, S. Moscadelli, Siena 1997, p. 390). Era presente nella nostra «terra» come maestro, sicuramente durante l’anno 1557, poiché il 22 settembre 1557 compare, come abbiamo notato, in qualità di padrino ad un Battesimo tenutosi a Pieve di Sinalunga.
In un Registro delle Deliberazioni del Comune di Sinalunga, al 6 febbraio 1558 veniva annotato: «Il reverendo Messer Andrea di Santi Subiani della città di Arezzo al presente maestro di scuola della Comunità nostra è stato solennemente per el Consiglio ordinario di detta nostra Comunità confermato per maestro di scuola della subdetta nostra Comunità per uno anno prossimo advenir, incominciando el dì 30 di luglio 1558 et da finir come segue 1559 con salario et mercede sua di fiorini 80 di lire 4 per fiorino et con la casa a spese della Comunità da dargleli e pagargleli da due mesi in due mesi come in la sua prima condotta a v Libro di detta Comunità cuperto di cartapecora scritta et con sue fibbie rosse. Il Reverendo Andrea si sottoscriverà in piè di questo, promettendo di osservar quanto di sopra» (Deliberazioni, xv, c. 7v). In fondo alla pagina il maestro ha scritto di suo pugno: «Io Andrea sò contento à quanto di sopra si contiene accettando la sopraddetta condotta come di sopra». In realtà Messer Andrea dovrà aspettare tutto il 1559 per riscuotere dal Comune povero le 314 lire cioè i circa 80 fiorini pattuiti (Deliberazioni xv, c. 70r). Così il 28 giugno 1560 si delibera che: «Messer Andrea Subiani prete d’Arezzo e nostro maestro di scuola deve aver fiorini 80, tanti sono per suo ordinario salario per uno anno prossimo da incominciare il dì 30 di luglio prossimo del presente anno 1560 come segue da finire, per essersi obbligato per detto tempo tenere scuola nella terra nostra e insegnare indifferentemente a tutti quelli che vi andaranno grammatica, lettere humane, abbaco, leggiere e scrivere et altri buoni costumi e creanze sì come è stato solito per il passato e come si appartiene ad ogni buono e diligente maestro» (Deliberazioni xv, c. 96r).
Insegnò per 4 anni, cioè fino al 1561 nel quale anno una Deliberazione del Comune di Sinalunga stabilì il compenso di 80 fiorini per il nuovo maestro, il Reverendo Donato Gaibotti di Arezzo «per un anno prossimo di scuola da incominciare il primo di ottobre 1561 e da finir il dì ultimo di settembre futuro prossimo (1562)». Anch’egli si obbligava a insegnare «a tutti quelli che vi andaranno grammatica, lettere humane, abbaco, leggiere e scrivere et altri buoni costumi e creanze» (xv, c. 130r). Non vi erano allora le vacanze estive e l’anno scolastico durava 12 mesi esatti senza interruzioni, previste solo per le domeniche e per le feste di precetto.
Variava la data d’inizio: Andrea Subiani iniziò l’anno scolastico 1558-59 il 30 luglio e lo terminò alla stessa data nel ’59. La deliberazione afferma: «Siccome è stato solito per il passato far li altri precettori». Segno evidente che prima dell’arrivo del maestro Andrea Subiani nel ’57 (o nel ’47), vi erano stati altri precettori o maestri e che la scuola di Sinalunga doveva risalire almeno alla prima metà del ’500 (xv, c. 130r).
Al suo arrivo gli venne assegnata una casa in Sinalunga presa a pigione dal Comune e messa a sua disposizione perché servisse come sua abitazione e per le aule degli scolari: «la casa di Messer Ascanio Orlandini per uso del maestro di scuola e per tenervi scuola, la qual casa è posta in Asinalonga in contrada della Porta del Ponte con tutte quelle stanze et habitationi che teneva el maestro Andrea Subbiani già maestro di scuola passato» (xv, c. 130v).
Il Reverendo Gaibotti risulta ancora maestro a Sinalunga negli anni 1564-65-66 (xv, c. 252r, c. 281r), ed è presente come “compare” ad un Battesimo, il 20 settembre 1566. Il salario annuo di 80 fiorini d’oro, già notevole, considerando che la paga annua della prima autorità del paese, cioè del Podestà, ammontava a 231 fiorini d’oro, fu portato a 90 fiorini di lire 4 per ciascun fiorino di moneta senese, nel 1568, a favore del nuovo maestro «il molto reverendo Don Hieronimo Scuterari mantovano prete et maestro di scuola della Comunità di Asinalonga», succeduto a Messer Donato Gaibotti. Egli si impegnava a insegnare per un anno, cominciando dal 22 dicembre ’68 «con la casa per sua habitatione [...]. Quale maestro sarà obbligato insegnare grammatica indiferentemente a tutti di Asinalonga et habitanti, lettere humane, abbaco, leggiere e scrivere e buoni costumi et creanze, a uso di buono e diligente maestro» (xvi, c. 13r).
Dopo Hieronimo Scuterari troviamo come maestro, il 2 maggio 1578, un prete anonimo di Cortona che aveva a tal punto alzato il livello culturale della scuola da permettersi quel giorno un gioco letterario (ludus litterarius) tenuto dagli scolari, forse attraverso recite o ripetizioni a memoria di brani di autori antichi, davanti al dotto Vescovo di Pienza Mons. Francesco Maria Piccolomini venuto in visita pastorale a Sinalunga. Il Vescovo chiuse il solenne intrattenimento con una luculentissima oratio, cioè con un discorso pieno di eloquenza adatto agli scolari e con opportune esortazioni (Archivio Diocesano Pienza, Visite pastorali c. 26r).
Dopo i quattro maestri provenienti dalle fila del clero, troviamo nei registri due maestri laici, Messer Mercurio nel 1588 (xvi, c. 168r) e Messer Fulvio Vergansiai al 27 ottobre 1594.
Il fatto che all’insegnamento venissero chiamati dei sacerdoti potrebbe far pensare ad un’invadenza eccessiva del clero in una società che appare già fortemente clericalizzata e compenetrata dal sacro. Sembrerebbe insomma che anche la scuola fosse stata succube del potere temporale della Chiesa.
In realtà i documenti attestano il contrario, cioè che la Chiesa locale di Sinalunga era completamente in mano ai secolari. Sotto un linguaggio ecclesiastico di facciata, dominava l’egemonia dei laici, i quali non solo stabilivano le materie di insegnamento della scuola, ma provvedevano anche alla nomina dei titolari delle Parrocchie della Comunità. Il 25 novembre 1592, dopo l’erezione della nuova Collegiata, il Generale Consiglio del Comune di Sinalunga, di un uomo per casa, in numero di 352 Consiglieri, riunito nella chiesa di Santa Lucia elegge l’Arciprete, 6 Canonici, i Rettori delle chiese di S. Pietro e di S. Lucia. Gli eletti dovranno poi essere approvati dai Quattro Conservatori dello Stato Senese, solo se saranno giudicati idonei da essi. Inoltre spetta al Cancelliere della Comunità, dopo la licenza del Governatore, dare il possesso canonico dei rispettivi benefici agli eletti. Dei 9 benefici ecclesiastici di Sinalunga nessuno era di nomina del Vescovo di Pienza. Tutto ciò in conseguenza del diritto di patronato ottenuto presso il papa senese Pio ii nel 1462 sulla pieve di S. Pietro ad Mensulas e poi esteso alle altre chiese.
Il Consiglio eleggeva ogni anno, da una rosa di nomi, il Predicatore della Quaresima e lo stipendiava. Il 28 marzo 1592, il Consiglio Comunale mette a partito, cioè a votazioni, 4 nomi di frati, di cui 3 sinalunghesi degli Zoccolanti, cioè del Convento di S. Bernardino: fra Giovanni, fra Bernardino e fra Domenico ed uno forestiero: fra Tommaso Cappuccino. Viene scelto quest’ultimo con 20 lupini bianchi e 2 neri, quale «Predicatore in questa nostra terra la prossima Quatragesima 1593 con la solita elemosina» (xvi, c. 235r). L’1 novembre 1575 il Consiglio concede una sovvenzione ad un prete novello povero: «A ser Camillo di Pavolo nuovo prete se li dia lire sette di denari per far una cappa con buona gratia de Signori Conservatori e de li Priori» (xvi, c. 29r). In un’altra Deliberazione si riporta che il Consiglio ha ottenuto la licenza dai Quattro Conservatori di Siena di «poter tenere accesa una làmpana alla Madonna del Palazzo, non passando però di consumo uno staio di olio l’anno e che il Cancelliere della Comunità tengha cura che sia ardente» (Deliberazioni xvi, c. 178r, 12 luglio 1591). È il Consiglio Comunale che decide la costruzione della nuova Collegiata nel 1587 e ne finanzia la spesa, ottenendo allo scopo la donazione della Rocca. Nomina procuratore a Siena, Emilio Pannilini «fautore della nostra Comunità». Dopo la morte del Pievano Lalli nell’aprile ’92, tenta di persuadere il Rettore di S. Lucia Ser Mariano Domenichi e il Rettore di S. Martino, Ser Mario Andreoli, a mettere a disposizione della Collegiata i loro benefici. Nomina Filippo Gagliardi ambasciatore a Roma per trattare presso la S. Sede la fusione dei benefici e le Bolle relative.
Ottiene anche il trasferimento, dalla Pieve di S. Pietro a Sinalunga, della secolare e veneranda vasca battesimale, come annota quasi con rammarico il 20 d’ottobre ’95 nel Libro dei Battesimi il nuovo Rettore di S. Pietro, Don Curzio Scala: «Ricordo qualmente a dì 20 d’ottobre 1595 si levò il sacro fonte del Battesimo e si portò nella nuova chiesa Collegiata della SS. Trinità dentro alla terra di Sinalonga».
Non sempre il Consiglio Comunale guardava al bene delle anime e alla idoneità del soggetto, qualche volta si preoccupava di provvedere ad un individuo raccomandato più che al beneficio, come nel caso del Reverendo Messer Mario Andreoli di Anghiari, eletto Rettore di S. Martino nel 1569, alla morte di Ser Marcantonio Tosi sinalunghese. Egli era fratello di Messer Filippo Andreoli, Segretario del Governatore di Siena, Federico dei Barbolani, conte di Montauto. È chiaro che con questa elezione di un forestiero, quando in Sinalunga viveva una decina di preti del posto aspiranti a quella prebenda, si voleva entrare nelle grazie del Segretario e del Governatore.
Nel ’74, alla morte di Messer Agnolo Zeppi, pievano della pieve di S. Pietro, il vento favorevole era cambiato per lui: tentò di ottenere quel posto, ma invano: ricevette dal Consiglio solo 59 lupini bianchi, mentre Ser Antonio Lalli sinalunghese ne ebbe 349 e fu eletto pievano (xvi, c. 32v). Così pure fallì la sua candidatura ad Arciprete di Sinalunga nel ’92, quando gli fu preferito Messer Mariano Domenichi, Rettore di S. Lucia. Egli ottenne solo un Canonicato nella nuova Collegiata, ma senza rinunciare al godimento del suo beneficio di S. Martino che sarebbe dovuto andare alla massa comune del Capitolo. Nel ’95 rinuncia a quel Canonicato a favore di Don Cesare di Francesco Venturelli (Archivio Diocesano Pienza, 27, c. 165r) e scompare dalla scena.
Dopo aver assunto nel ’69 come domestica una certa «mana Matteia», l’anno dopo aveva chiamato al suo posto, da Anghiari, una certa «mana Lucretia», figlia di Paula e di padre ignoto, di costumi non proprio illibati, se il popolo cominciò presto a mormorare, per cui il Visitatore Apostolico Mons. Bossi, nel ’76, gli ordinò di espellerla dalla casa parrocchiale entro 10 giorni e di non prendere nessun altra domestica senza licenza scritta espressa del Vescovo diocesano. Mana Lucretia, dieci anni dopo aver lasciato Ser Mario, il 16 ottobre ’86 diede alla luce e fece battezzare, lo stesso giorno, alla Pieve, una figlia avuta da padre ignoto di nome Bartolomea; Mons. Bossi ordinò severamente a Messer Mario anche di non permettere più che i sinalunghesi facessero cantilene e balli licenziosi intorno alla sua chiesa di S. Martino e neppure che giocassero a palla o praticassero altri giochi in quel luogo (Archivio Diocesano Pienza, Visita Bossi c. 87r).
Gli inconvenienti del cesaropapismo o del dominio dei laici sulla Chiesa durarono fino alla Rivoluzione francese che, spazzando via l’ancien regime, creò i presupposti per una liberazione della Chiesa dalle pastoie del temporalismo e per una maggiore idoneità alla sua missione spirituale. Ma si prefisse tra i suoi ideali anche quello di offrire la scuola a tutti: programma già in gran parte attuato dalla scuola di Sinalunga durante il xvi secolo.
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