Negli anni immediatamente successivi alla rifondazione dell’Accademia sinalunghese sono documentate diverse iniziative a carattere culturale, la più importanti delle quali è forse quella che riguarda proprio l’accademico Infiammato. Nel 1756, infatti, «a dì 20. Agosto d’ordine dei Signori Gonfalonieri e Priori s’aprì la Pubblica Libreria d’Asinalonga incominciata quest’anno per opera del Signor Mariano del già Agostino Cinelli per sua donazione fatta di più Libri al Pubblico il dì 11. Maggio 1756»14.
Nel libro delle deliberazioni del Consiglio della nuova accademia è riportata la copia di una «lettera mandata in stampa a tutti gli Accademici, e Persone Civili di Sinalonga dal nostro Accademico Arcismantellato in occasione dell’aprimento della pubblica Libreria di Sinalonga, e siccome Io Mariano Cinelli diedi principio a detta Pubblica Libreria come è registrato alla memoria ac. 109. della Comunità, nel pubblicarla ho voluto tacere il mio nome e farlo passare sotto il nome della nostra Accademia»15.
Della lettera ci è pervenuta una copia che riproduciamo in queste pagine e che trascriviamo in nota per una più agevole lettura16.
Per l’iniziativa, gli accademici ed in particolare l’Arcismantellato Infiammato, ricevettero i complimenti e gli auguri dell’Arcintronato (il presidente dell’Accademia degli Intronati di Siena) il quale lo metteva in guardia da «scabrosi inciampi, che si potranno frapporre per distogliere sì vantaggioso pensiero», ma al tempo stesso lo incoraggiava nell’impresa perché, qualora fosse riuscita «non mancheranno altri a seguitarne l’Esempio»17.
Inorgoglito per «tant’affetto e premure per la reputazione di nostra Accademia» l’Infiammato rispose di essere cosciente degli «scabrosi inciampi, che VS. Ill.ma vede stati a Noi preparati per impedire l’onesta nostra risoluzione», e di essere convinto che i suoi concittadini lo avrebbero aiutato. Tuttavia alcuni elementi di timore affiorano piuttosto chiaramente: certamente non saranno molti coloro che si uniranno a noi e che doneranno i loro libri per rendere più grande la nostra biblioteca – dice il Cinelli – e forse se non staremo attenti ci ruberanno quei pochi che abbiamo, ma «nessuno si farà ardito di portar via quelli, che già con onesti mezzi e maniere adunati sapremo ben custodire»18.
In effetti la biblioteca non ebbe vita facile. Il Comune, coinvolto nell’impresa ed entusiasta nella prima fase, ben presto scaricò l’incombenza sull’istituzione accademica la quale non poté fare a meno di accettarla. Nell’occasione fu registrato un doviziosissimo capitolato con il quale si affidava al Comune la direzione e all’Accademia la gestione della biblioteca nonché di «trovare una stanza dove si devino tenere i Libri, e di questa pagare la pigione al respettissimo Padrone»19.
«[...] non ostante, che vi sia la spesa della pigione della stanza – si legge nell’intervento a favore fatto dal ‘Riservato’ in occasione del pubblico consiglio convocato per discutere sul problema – è così decorosa cosa poi per l’Accademia nostra, esser prescelta dalli Molto Magnifici Gonfaloniere e Priori di questo Pubblico, alla Custodia d’una Pubblica Libreria, che non deve in cor alcuno considerarsi, ne spesa, ne incomodo [...]»20.
L’Accademia accettò l’incarico, ma l’iniziativa non incontrò il successo che avrebbe meritato; pochi anni dopo non se ne parlava già più e con il tempo scomparve.
Alla biblioteca accenna anche l’Agnolucci il quale, in modo lapidario, ne riassume la parabola: «Dal noto Mariano Cinelli si fondò in questo anno la Biblioteca pubblica, che andò col tempo dispersa, pure si vedono sempre dei libri col timbro di essa»21.
In pratica la biblioteca non riuscì a decollare ma i libri presero il volo.
Da segnalare, ad un solo mese dalla costituzione ufficiale della biblioteca, la donazione di un libro, con dedica in poesia (non si sa se a parte o impressa nello stesso volume) da parte del senese Vincenzo Pazzini22.
Per quanto riguarda l’attività dell’Accademia, dall’Infiammato apprendiamo della consuetudine di «erudite dissertazioni» annuali in occasione dei festeggiamenti in onore di S. Martino Patrono di Sinalunga. Nel 1755 la dissertazione fu composta dal sacerdote Bernardino Vestrini «sopra il monumento di C. Umbricio, che sta murato nella Sagrestia della Pieve ad Mensulas, e sopra il nome ed antica stazione Ad Mensulas»23.
Nel 1756 i festeggiamenti si svolsero in modo più articolato con la messa in scena della commedia Il messer Teo, con l’intermezzo musicale La finta turca e con sonetti e madrigali dedicati ai personaggi pubblici dell’epoca24. La festa fu turbata da un incidente di vicinato rimasto agli atti dell’Accademia come un affronto «ricevuto dal Popolo di Torrita» colpevole di aver «lacerato, ed indecentemente disprezzato l’Inviti mandati a quel Popolo per la nostra Commedia che in questo anno si recitò il dì 11. dello stante mese».
Il fatto fu ritenuto talmente grave che l’Arcismantellato non poté fare a meno di mettere a verbale un appello destinato ai «Futuri Sig.ri Accademici, Arcirsmantellati e Deputati, a non voler mai più mandare l’Inviti di nostra Accademia a Torrita per non ricevere simili affronti».
In questi anni iniziarono anche le feste pubbliche per il carnevale25; tuttavia l’attività preminente dell’accademia sinalunghese restava ancora quella letteraria, caratteristica delle accademie degli inizi del secolo. Ne è prova indiretta la ricerca di un Signore Protettore, individuato nella prestigiosa e colta figura del Cardinale Nereo Corsini26. All’alto prelato fu inviata una formale supplica, affinché si volesse degnare di accettare la protezione di un’accademia della quale furono tracciate finalità e caratteristiche, a partire dallo stemma con motto che caratterizzava al tempo ogni forma di associazione di quel tipo:
«[...] ed hà per sua Impresa un Paese, colle Mura diroccate, con il motto ‘Et munimen habet nullo quassabile ferro’ Volendo significare che, siccome i Paesi, e le Città colle Mura restano più difesi, e quasi invincibili, così l’Accademia nostra, benché senza ripari, e qual Città senza Mura, colla pace, e concordia, che in noi regna è bastantemente sicura, e difesa»27.
La richiesta di protezione andò a buon fine grazie all’interessamento del rettore Pietro Feci. La comunicazione agli accademici, unitamente alla lettera di richiesta ed alla risposta del cardinale, furono verbalizzate nel Protocollo n. 1, Deliberazioni e Consigli degli Smantellati28.

Due fatti molto vicini nel tempo ci aiutano a capire, almeno in parte, il pensiero dell’epoca. Il primo è la trascrizione di un «discorso» sulla nobiltà tenuto «nella pubblica, solenne annua Accademia adunata il dì 11. Novembre 1757», che così prende avvio: «Vi furno negli Antichi tempi alcuni autorevoli Filosofi – Nobilissimi Accademici – cotanto apprezzatori della Nobiltà, che intrepidamente asserirno quella non essere altro, che una leggiera aura d’ambizione, di che se van gonfi alcuni più degli altri facoltosi, e possenti Cittadini...».
Quindi l’oratore continua preannunciando di dividere il discorso in tre parti: «Prima dimostrerò che cosa sia Nobiltà, e dove ella consista: Nella seconda [parte]porrò in Campo le principali ragioni di quei Filosofi, che come cosa vana e fittizia la sprezzano: nella terza procurerò di solvere, affinché la Nobiltà nobilissima, e chiarissima rimanghi».
Il discorso, non facile, è interessante sotto diversi punti di vista e per questo lo riportiamo in nota per esteso, unitamente ad un altro documento che ci viene da una fonte diversa, gli Annali dell’Infiammato, riguardante lo sconcerto del corpo accademico in seguito alla decisione del Consiglio di accettare l’ammissione di un sinalunghese ritenuto non degno «per i propri demeriti e per i demeriti del Padre, e di tutta la Famiglia», per i processi «fabbricati contro di Francesco Padre del detto Simone e per le vilissime professioni esercitate da Francesco Padre cioè di Pizzicarolo, e Macellaro, ed il Figlio d’aver marcato le Bestie morte ai Macelli e Pizzicherie».
L’atto di ammissione, ritenuto da alcuni un «capriccioso impegno del Signor Arcismantellato Cristofano Furlini», provocò un vero terremoto, alcuni accademici, tra i quali l’Infiammato, si dimisero e, caso unico nella storia dell’Accademia (per quanto ne sappiamo), fu costretto alle dimissioni anche l’accademico Arcismantellato. La gravità dell’atto è confermata dalla nota autografa dell’Agnolucci nella pagina degli Annali dell’Infiammato, non tanto per la nota, perché il buon Agnolucci scriveva sopra ogni cosa, quanto perché, seppure a distanza di un secolo, sembra sentire il bisogno di mettere fine all’increscioso episodio: «Il medesimo Cristofano Furlini si cassò dall’Accademia il 2. Luglio 1764 con molti altri». Se la notazione dell’Agnolucci è esatta, la disputa sarebbe durata quasi tre anni29.

A comprovare l’attività dell’Accademia nella prima fase di rifondazione sono giunti fino a noi una certa quantità di sonetti e componimenti vari. Per quanto riguarda invece la struttura utilizzata dall’Accademia come propria sede, luogo di riunione e per le rappresentazioni, i documenti sono molto scarsi. Si conosce l’ubicazione dello stabile (che si trovava nello stesso luogo in cui sorge ancora oggi il teatro) e non molto altro; tanto che è impossibile tentarne la ricostruzione.
Dalla copia dei Capitoli del 1750 della nuova accademia, veniamo a sapere, pr esempio, che da quel momento gli accademici dovranno «adunarsi una volta l’Anno, nel giorno due del Mese di Luglio, Anniversario del Ristabilimento di detta Accademia nel Salone delle Commedie...»30; e che ai deputati appositamente eletti «siano [...]consegnate le Chiavi del Teatro, assieme con tutti l’Utensili, ed attrezzi che sia di pertinenza di detto Teatro»31.
L’esistenza di un teatro all’interno di un edificio è confermata anche da ogni verbale, che annualmente viene redatto in occasione dell’adunata del Consiglio, il quale, come consuetudine, inizia sempre con: «Al Nome SS.mo di Dio, della B.ma Sempre Vergine Maria, e di S. Martino Vescovo Nostro Principale Protettore e così sia. A dì... Convocato e adunato il pubblico Consiglio dell’Accademia degli Smantellati di questa Terra d’Asinalunga nel loro Teatro luogo solito di loro adunanza in numero di...».
Tutti questi documenti attestano l’esistenza di una struttura ma non la descrivono. Per quanto ne sappiamo avrebbe potuto avere la forma di teatro, oppure essere semplicemente composta da un semplice salone di volta in volta adattato a luogo di assemblea o di spettacolo.
Occorre tuttavia precisare che nei libri delle deliberazioni di Consiglio sono presenti alcune note riguardanti la struttura, ma il contesto è tale da non poterle utilizzare per immaginarne la forma. Così, per esempio, nel 1751, è annotata la concessione, rilasciata ad un vicino, per la costruzione di una scala a ridosso del teatro. In tale occasione sono annotati una serie di «patti e condizioni» che non ci spiegano però la struttura: «sieno loro e non mai la nostra Accademia tenuti, ed obbligati a rifare, o serrare il palco della nostra Stanza per quanto tiene la bocca della sopra detta Scala»; «e dare a Noi, e futuri Accademici il libero passo per detta Sua Casa quando si recitano Commedie non solo dagli Accademici, ma anche dagli altri nostri Paesani»; e che la scala da costruire «sia commoda, e capace di poterci passare con vestiti all’Eroica, e da Donna con il guardiafante [‘guardinfante’: armatura formata da una serie di cerchi che si applicava all’interno della gonna per tenerla gonfia]»; ecc.32.
Ed ancora notizie curiose come quella riguardante lo sfogo di una «Ciminaja» costruita «rompendo la muraglia del nostro Teatro vicino alla Lontananza», perché la si riteneva pericolosa per gli incendi33 ed infatti, appena un mese dopo, a causa della canna fumaria, bruciò «per 3 notte la Trave del Tetto»34.
Altre notizie, come quella della collocazione dell’arme di Francesco i granduca di Toscana nel teatro, se da una parte ci mettono a disposizione un ulteriore tassello per la ricostruzione dell’ambiente, dall’altra non ci aiutano più di tanto perché non ci dicono, per esempio, il punto esatto della collocazione se non «nel nostro Teatro... alle undici di mattina con segni di giubilo [A dì 9. Gennaro 1752]». Apprendiamo anche che la riproduzione dello stemma granducale fu fatta dal «Maestro Antonio Berni da Cortona Pittore»; che la spesa totale importò trenta lire di cui venti per la parte pittorica, pagate personalmente dall’Infiammato, e dieci «frà Legname, e fattura del Legnajolo» pagate da un non meglio identificato gruppo di accademici; ma, oltre a questo, il redattore della notizia, «l’Arsiccio Segretario», non ci dice altro.

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Lo stemma della biblioteca impresso sul frontespizio di un libro del 1676.
In alto: disegno di fantasia di Luigi Agnolucci rappresentante la “rocca smantellata”.
Sopra: l’etichetta del primo volume delle deliberazioni di Consiglio dell’Accademia degli Smantellati.
Francesco Maria de’ Medici, protettore dell’Accademia dei Concordi.